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Eppure non è difficile…

transitionOgni tre-quattro anni facciamo la scoperta dell’acqua calda. Lo scompenso si scompensa troppo, intasa gli ospedali, come faremo, come faremo…Sembra una di quelle tristissime canzoni degli Alpini, senza speranza e con la morte nel cuore. Per quanto io ne sappia, noi in Italia ci siamo adoperati dal 2006 con una Consensus conference ANMCO per garantire un legame ospedale-territorio quantomeno decente, e Giovanni Pulignano e Gino Tarantini ne sanno qualcosa più di me. Poi i canadesi arrivano all’arrembaggio con questo lavoro, dimostrando tutta la loro impostazione europea centrata sul paziente e, nel gennaio 2013, il solito titolo ad effetto USA “Is hospital readmission for heart failure really necessary?” Quindi, periodicamente, si ripetono le solite stesse cose, con un pizzico di epidemiologia variata, un’ivabradina in più, un betabloccante più sicuro ed un pacemaker di meno. Nella nostra AUSL ci sono dei dati vorrei definire deprimenti, presi dall’osservatorio P.Re.Val.E.: per quanto possano valere, siamo di circa 8 volte sopra al benchmark per quanto riguarda le recidive di ricovero a 30 giorni, non c’è una unità scompenso ospedaliera, esiste un centro cardiomiopatie (dove io lavoro ora) che fa solo per lo più ambulatorio cardiologico e non riesce a curare gli scompensi per carenza di fondi, non esiste alcun legame protocollare con il territorio. Insomma: Fort Apache. Tutto questo ha un senso con l’impatto economico della bioindustria sulla cardiopatia ischemica acuta e sulla assoluta ignoranza dei QALY risparmiati con una cura adeguata dello scompenso. Voglio poi non soffermarmi sulla prevenzione dell’ictus, machissenefrega se uso dabigatran o rivaroxaban o apixaban o warfarin, basta che non metto un paziente, pure scompensato, su una sedia a rotelle; ricordiamoci che la consapevolezza dei segni e sintomi dell’ictus nella popolazione generale è di circa il 50%. Poi non ditemi che è diventata una medicina “anti-olistica”.

 

 

 


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