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Mortalità e giornalismo: tutto il mondo è paese

Foto da Flickr

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Il mio amico Riccardo mi manda via mail un bel fondo del NYT (clicca qui) scritto da tale 

Mortality and treatment patterns among patients hospitalized with acute cardiovascular conditions during dates of national cardiology meetings
A. B. Jena and V. Prasad and D. P. Goldman and J. Romley
JAMA Intern Med  175  237-44  (2015) (clicca qui pdf fulltext)

che ipotizzerebbe una MAGGIORE mortalità dei pazienti che giungono in ospedale durante i due maggiori congressi delle società cardiologiche americane (AHA/ACC) rispetto ai normali periodi dell’anno. Questo perché le “star” della cardiologia sarebbero tutte in passerella mentre i poveri disgraziati piantati in H a fare angioplastiche e ficcare contropulsatori.

Lo studio è uno studio retrospettivo su tutti gli archivi dei pazienti che giungevano in H per infarto acuto, scompenso cardiaco, arresto cardiaco in un periodo di osservazione dal 2002 al 2011 (e qui già andiamo un po’ lunghi in termini di confronti).

Devo dire Jena et al hanno utilizzato una statistica ferrea, portando sul lavoro una omogeneità di gruppi rispetto a giorni di congresso e non, gravità, ospedali universitari e non universitari che veramente è ineccepibile.

Il lavoro ve lo leggete, ma in soldoni dicono questo:

We found substantially lower adjusted 30-day mortality among high-risk patients with heart failure or cardiac arrest admitted to major teaching hospitals during dates of national cardiology meetings. The PCI rates among high-risk patients with AMI admitted to major teaching hospitals were significantly lower during meetings, without any decrement to survival. We found no differences in mortality between meeting and non-meeting dates for low-risk patients in teaching hospitals or for high- or low-risk patients in nonteaching hospitals.

Ed in effetti non riescono neanche a spiegarselo (su loro stessa ammissione in discussione), vista la estrema omogeneità dei dati confrontati. Tuttavia fanno almeno due ipotesi che sono in effetti da condividere:

  1. La composizione dello staff medico (ed in effetti ci si rivolge solo a quello nello studio) può essere diverso e può contribuire al dato controverso ottenuto da Jena et al. Io dico: e se fosse che al congresso ci vanno in effetti i pipponi universitari mentre i più raziocinanti, tirocinanti, lattanti, restano al palo e fanno il minimo necessario e il paziente non muore?
  2. Si è visto che il numero di PCI e IABP durante le giornate di congresso è più alto: perfetto, chi ha detto che sono utili tutti questi interventi? Le “star”? Leggasi al punto 1.
  3. Ora, seriamente, il campione esaminato è Medicare, su database, e quindi la possibile confrontabilità con il mondo reale americano assicurato con HMO convenzionali è difficile, ed ancora più difficile con la realtà europea.

Di Ezekiel non voglio dire nulla: l’articolo è ben scritto, plateale come tutti i serial americani, inverosimile e pieno di luoghi comuni come tutti gli articoli riguardanti la medicina.

Ezekiel J. Emanuel, an oncologist and former White House adviser, is a vice provost and professor at the University of Pennsylvania. He is a contributing opinion writer for The New York Times on a range of topics including health and health policy.

Cacchio, un tipo figo: chissà però perché un consulente della Casa Bianca tira fuori un articolo di Febbraio proprio ora, con Hillary in corsa per la Presidenza, e con una politica sanitaria Obamacare molto contestata.

 

 

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